L’India mette fuorilegge il divorzio istantaneo

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di Alessia Giannino

In India, finalmente, il Parlamento ha approvato la proposta di legge depositata nel 2017 attraverso cui diventa illegale il triplo talaq, il divorzio lampo islamico, con cui solitamente il marito ha, fino ad oggi, divorziato dalla moglie semplicemente ripetendo tre volte “io divorzio da te”.

Da ora in poi, chi continuerà a praticarlo rischierà fino a tre anni di detenzione.

Cos’è il triplo talaq?

Si tratta di un’usanza anacronistica maschilista non legittimata dal Corano. Il triplo talaq è, anzi, in contrasto con il talaq al-sunnah, il divorzio in accordo con quelli che sono gli insegnamenti del profeta Muhammad. Secondo le sacre scritture, in effetti, per rendere definitiva la rottura del matrimonio, la formula “io divorzio da te” deve essere ripetuta tre volte, ma in tre momenti diversi, intervallati da un periodo intermestruale di attesa. In questo modo, il marito può decidere in maniera attenta se separarsi dalla moglie o tentare una riconciliazione.

“Finalmente una consuetudine arcaica e medievale è stata confinata nel cestino della spazzatura della storia. È una vittoria per la giustizia di genere e promuoverà ulteriormente l’uguaglianza nella società“: questo il tweet del primo ministro indiano, Narendra Modi. Il suo Partito Popolare Indiano, infatti, si è pronunciato a favore della legge, mentre l’opposizione, capitanata dal Congresso Nazionale Indiano, ha provato a fermarla.

Anche se il triplo talaq è stato condannato da Muhammad e reso illegale in molti Paesi, in quanto non rispetta i termini d’attesa, in molti altri è stato accolto e legittimato. Da oggi l’India, però, non è più tra questi. Inoltre, in caso di separazioni, i musulmani dovranno sostenere finanziariamente le proprie mogli, alle quali spetterà la custodia dei figli.

La battaglia contro il divorzio verbale islamico ha avuto origine grazie ad un’iniziativa delle donne musulmane che, riunite nell’associazione Bharatiya Muslim Mahila Andolan, hanno deciso di sfidare il sistema, presentando una petizione alla Corte Suprema Indiana. Nell’agosto del 2017 i giudici avevano definito la pratica “incostituzionale”, lasciando la decisione definitiva al Parlamento.

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