Uomini, cani e gatti: legami millenari

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In questo luogo

giacciono i resti di una creatura

che possedette la bellezza

ma non la vanità,

la forza ma non l’arroganza,

il coraggio ma non la ferocia,

e tutte le virtù dell’uomo

senza i suoi vizi.

Quest’elogio, che non sarebbe che vuota lusinga

sulle ceneri di un uomo,

è un omaggio affatto doveroso alla Memoria di

“Boatswain”, un cane che nacque in Terranova

nel maggio del 1803

e morì a Newstead Abbey

il 18 novembre 1808”.

È così che comincia il tenerissimo “Epitaffio per un cane”, scritto dal poeta inglese Lord Byron, vissuto a cavallo tra il 1700 ed il 1800, per il suo amico a quattro zampe perduto, si dice, a causa di una malattia trasmessagli tramite il morso di un altro cane infetto.

L’amicizia che lega questi animali agli uomini è antichissima e si perde nel tempo, come primitivo ed istintivo è il dolore che gli esseri umani sperimentano quando si arriva alla fine del viaggio condiviso insieme: tantissime sono le testimonianze di sepolture miste, dove scheletri di esseri umani sono stati trovati a giacere unitamente ad ossa di animali da compagnia. Addirittura, recentemente, gli archeologi hanno fatto un ritrovamento importantissimo a Città del Messico: un vero e proprio cimitero per animali, risalente all’epoca degli Atzechi, civiltà precolombiana risalente, sicuramente, a ben oltre 500 anni fa. Ma c’è di più. Nel sud dell’Egitto, infatti, si troverebbe quello che viene definito uno dei più antichi cimiteri per animali domestici, risalente ad un periodo che va dal 75 al 150 d.C., dove cani, gatti e persino scimmie, muniti di collari decorati da perle, hanno trovato l’eterno riposo in vere e proprie tombe.

Insomma, sono millenni che l’uomo condivide la sua vita con questi animali, capaci di amore incondizionato, eterna fedeltà e, soprattutto, di una complicità che esula da qualunque equivalente tra esseri umani, perché priva di sovrastrutture, di parole non pensate, di pensieri non espressi e fatta soltanto di sguardi, fiducia e spontaneità.

I falsi miti sui gatti

Gli occhi di un gatto sono finestre che ci permettono di vedere dentro un altro mondo” afferma un’antica leggenda irlandese e chi ha condiviso almeno una parte della sua vita con questi animali lo sa bene.

Su questi meravigliosi felini si tramandano, da secoli, falsi miti e leggende che hanno ben poco di reale: la sfortuna collegata al gatto nero, le 9 vite, la scarsa affettività e il legame esclusivo con la dimora (e non con il padrone) sono solo alcune delle credenze che popolano le dicerie umane e che ogni amante dei gatti confuta, in ogni attimo condiviso con loro.

Fieri, sinuosi, agili e predatori, i gatti fanno parte della vita dell’uomo da millenni, sin da quando gli egizi li consideravano sacri e da venerare e, ancora indietro nel tempo, quando i primi esemplari furono addomesticati in Medio Oriente, circa 10mila anni fa.

L’amicizia ed il legame che si sviluppano tra un gatto ed il suo padrone si fondano su presupposti completamente diversi rispetto a quelli che si associano ai cani, ma non peccano né di affettività né di complicità: anzi, trattandosi, per natura, di animali indipendenti, la relazione è ancora più profonda.

 

Oggi, non è un segreto, poi, che la presenza in casa di un animale da compagnia possa aiutare il sistema immunitario dei bambini e che, sempre più frequentemente, questi fedeli compagni di vita siano anche inclusi in progetti di Pet Therapy in tantissime situazioni, dai reparti ospedalieri per i pazienti più gravi alle case di cura dove gli anziani psicologicamente sofferenti ritrovano un motivo in più per alzarsi al mattino, vivere e sorridere.

Insomma, chissà quanti altri millenni ci aspettano al fianco di questi incredibili ed insostituibili amici!

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