Barzalli para per noi

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Erano appena sette mesi, quindici giorni e novanta minuti che Yuri Barzalli non ascoltava lo stratch dei guantoni. 7, 15, 21 giocateveli che portano bene. In ogni caso il nostro Barzalli da tanto non si metteva in mezzo ai pali a parare.  E pensare che a trentasette anni suonati, pur di tornare ad urlare in testa allo stopper, era tornato nella squadretta di C1 dove aveva tirato i primi calci. La società si apprestava a ripagarlo così: prima conosce l’amara realtà della panchina, e poi, siccome in panca un omone non ci sa stare, la dirigenza aveva deciso di sbatterlo in tribuna. E in tribuna un terzo portiere che fa? Pensa, pensa, pensa.  Pensa così tanto che finalmente tutto quel pensare gli accende una luce nella cieca frustrazione che albergava nel cuore e nella coscienza. Vendersi l’ultima partita di campionato. Quella giusta per vendicarsi e per farci un mini gruzzolo. Bastava solo adescare qualche altro compagno di  squadra, che di fronte alla definitiva chiusura di sipario non avrebbe esitato a fuggire dalle quinte perché nessun pubblico l’avrebbe richiamato in scena.

 È la storia di Yuri Barzalli che per aver parato un calcio di rigore è scappato in Sudamerica. E’ dovuto scappare.

 Un tempo era stato una promessa, si diceva un gran bene di lui: pare lo volesse la Samp. Ma poi si sa come funzionano certe cose: se non hai il profilo aziendalista, se non sei quel tipo “pulito”, se non hai la tempra da ufficio (come potrebbe averla un calciatore?),  si finisce più o meno come lui a trentott´anni a fare il terzo portiere in C2, nel Pontedera. E se ti va esattamente come lui, si finisce, più che altro ad accendere il boiler a fine match. Bando ai se e ai ma. L’unica cosa che resta è che per Barzalli il calcio era stata una vera passione, fin da ragazzino. E tale rimase il nostro Barzalli: continuava ad amarlo e a sognarlo, ma tirar avanti con duemila euro al mese nel paese delle tasse,  è difficile per tutti, specie se l’unica cosa che sai fare è parare.

Insomma il Barzalli desideroso di rovesciare la mano da così a così, quanto dovette metterci a convincere quei tre o quattro balordi di compagni: certo la vecchia guardia da queste parti è sempre pronta a sostenerti, qualsiasi cosa tu voglia fare. Basta aver fatto esperienza.  Fu così che i tre decisero di scommettere contro se stessi in quell’ultima di campionato. Il Pontedera avrebbe giocato per la salvezza la domenica successiva contro la Savolese, formazione abbondantemente retrocessa, e sarebbero stati solo loro a scommettere sulla sconfitta in modo da papparsi tutto il montepremi da soli. Inoltre suo cugino aveva in mano dei vecchi caseggiati vicino al mare, che intendeva ristrutturare. Se avessero tirato su un bel capitale se li sarebbero comprati tutti loro, i caseggiati. Ci sarebbero andati a vivere insieme come tre vitelloni postmoderni, calcio e modelle. Magari con qualche astuta mossa immobiliare ci avrebbero fatto uscire anche un ritocco alla pensione.

Il Barzalli chiese allora alla sua ex-moglie di firmare l´ipoteca della casa, le disse di fidarsi perché in fondo di cose giuste nella vita non ne aveva fatte tante, ma neanche di troppo sbagliate.  A scommettere allo sportello Snai ci mandarono tutti i parenti e amici: nonni, cugini, vecchie zie intronate. Bisognava far la cosa senza farne circolare la notizia perché il rischio era grosso, ma con suo padre proprio  non ce la fece. Non riuscì a cucirsi la bocca; mormorò, fra sé e sé, che poteva far guadagnare qualcosa anche a lui, che poveraccio, dopo una vita trascorsa nelle linee e nelle catene di montaggio della Piaggio, era andato in pensione con una miseria. Un uomo comune.  Ma il Barzalli padre era persona tutta d’un pezzo, sindacalista all’antica, comunista e bacchettone, di quelli che “la toponomastica senza Marx è indizio di regime”. Dalla sua piazza il Barzalli sr  disse al jr che non avrebbe mai accettato una boiata simile. Yuri Barzalli fece finta di non aver sentito o detto nulla, ma dentr gli rodeva. Anche con sua figlia, che a volte (ed anche questa) stava da lui, non sapeva come comportarsi. Aveva scoperto che non giocava più a pallavolo ma a calcetto. Lei che quel suo babbo panchinaro sembrava non esserselo filato mai, ora si reggeva su una coppia di polpacci  per saltare dalla linea in stacco di reni fino alla traversa: si. Ora fa il portiere come lui.

La sera prima della partita i quattro della vecchia guardia si diedero appuntamento al solito bar per la messa a punto finale: tante chiacchiere, un solo programma: vino per tutti e spazio ai sogni di una vita tranquilla. Tuttavia qualcosa, quella sera, si decise. Il primo portiere infatti lo avevano già fatto fuori con metodi poco ortodossi ma senza dubbio efficaci: una boccetta di guttalax nella borraccia e l’attacco di dissenteria, con febbre, caro portiere non lo pari. Il secondo portiere era d´accordo con loro: doveva solo impaperarsi a un certo punto e lasciar entrare la palla.

Domenica. All´ottantesimo minuto, quelle pippe della Savolese non avevano ancora fatto ciò che fa di un uomo un calciatore. Porta inviolata e nervi in panchina. Yuri, da bordo campo, suggerì la soluzione finale: falciare il primo attaccante che per sbaglio entrasse in area di rigore o che si trovasse li in fuorigioco passivo. Il portiere, rinvigorito dalla maglia rossa ed imbottita, reagì con italico furore: Obbedisco! Espulsione diretta  e    smottamento psico-emotivo della curva.  Toccava al terzo portiere e insomma dopo tanti anni di panchina, Yuri Barzalli si ritrovò a calpestare il prato che divide la linea laterale con quella di porta. E’ in campo. E stavolta per parare un rigore: si tolse la tuta, si vergognò un po’ delle sue cosce flaccide e bianchicce, indossò i guanti e andò a mettersi alto in mezzo ai pali, mentre la tifoseria lo acclamava e l’attaccante avversario schiacciava la palla sul dischetto.

Non era ancora morto, eppure in quei pochi secondi Yuri si sentì attraversato da mille pensieri, da quelli di una vita: in fondo sua moglie forse lo stimava ancora, sua figlia l´aveva preso come esempio, suo padre era lì sugli spalti con la sciarpa della squadra… E intanto la curva dietro si ricordava di quel rigore parato a Vialli in un’amichevole nell´89 e gridava “forza Barzalli che ce la fai”, e allora quando l´arbitro fischiò, lui si tuffò e volò:  tese il braccio verso la sfera che vedeva sempre più dentro, ma strinse ancor più i denti,  allungò i tendini e i muscoli di un braccio svogliato e tolse miracolosamente la palla dal sette. Che parata! Il Pontedera poi, sull’onda dell’entusiasmo, come spesso accade nelle romantiche rimonte, addirittura vinse nel recupero, e i tifosi invasero il campo, portando Yuri in trionfo come un santo patrono, ma ad un certo punto, nella confusione, forse perché aveva visto le espressioni disperate dei compagni, degli amici, dei parenti che avevano buttato via i loro risparmi, Yuri si dileguò. Sembrò sparito nel nulla.

Adesso si dice che sia da qualche parte in Sudamerica ad allenare una squadretta di ragazzini, che gioca con un  modulo del tutto innovativo: il 2-3-5: si rischia il cappotto ogni domenica, ma si rischia anche di farlo, ma una cosa è certa: il portiere non si annoia mai.

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