Matrimoni. Disastri.

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Nina di Majo con F. Volo, L. Littizzetto, F. Inaudi

Parliamo del film di Nina di Majo, con Fabio Volo Margherita Buy, Francesca Inaudi e Luciana Littizzetto alle prese con un matrimonio che rivelerà scomode eppur comiche verità.

USA, 30′s – Ogni commedia sofisticata è, a suo modo, una promessa di felicità. E negli anni ‘30 e ‘40 vi era, nei malconci Usa post ’29, un generale desiderio di serenità, un’organica necessità di felicità che poteva essere raggiunta superando ostacoli, equivoci, inganni. Lottando contro i propri genitori, abbandonando la propria mansion (e non flat, attenzione!), la famiglia, i cari, per inseguire la vita, per non perdere l’amore o per trovarlo. Gli interpreti erano Cary Grant, Katherine Hepburn, Greta Garbo, Clarke Gable. Le firme di Howard Hawks, Frank Capra, Ernst Lubitsch. I titoli Susanna!, L’imapreggiabile Godfrey, Ninotchka, Partita a quattro, Mancia competente.

Italia, aprile 2010 – Il tempo scorre, le cose non cambiano, ma si adattano: la crisi torna ciclicamente (in realtà è una costante delle cose economiche moderne), si va ugualmente al cinema, si ritrovano i battibecchi di uomini e donne in cerca della propria felicità. E’ uno dei tanti punti di vista possibili sulle disavventure individuali e sull’ ipocrisia collettiva affrontati dai protagonisti di “Matrimoni e altri disastri”, ultimo lavoro di Nina di Majo, ambientato a Firenze e dintorni, e che già nel titolo strizza l’occhio a quella screwball comedy di cui s’accennava: un matrimonio da organizzare, disastri da scoprire, due felicità da realizzare (quella della coppia Alessandro-Beatrice e quella personale di Nanà). Schermaglie iniziali aprono le danze tra Fabio Volo, simpatico ed opportunista arrampicatore sociale, e la Buy, colta, semplice, onesta e tremendamente infelice per via del tradimento del suo ultimo partner che ha deciso di rivolgere il suo cuore al Signore. I loro passi sono regolati dalla netta diffidenza di lei nei confronti di lui, dall’attrito che le due nature provocano quando entrano in contatto, quasi come due placche tettoniche in prossimità di collisione. Il terremoto è vicino e con esso la possibilità di tabula rasa: grazie alla verve e all’energia di Alessandro, Nanà apre finalmente gli occhi, scoprendo la vacuità dell’istituto famiglia: sua sorella, Beatrice, ha una storia con l’uomo da lei rincorso, nonostante l’avvicinarsi delle nozze con Alessandro; inoltre Nanà la scopre sua sorellastra, nata da una relazione extra-coniugale di sua madre; l’ultimo turbamento le è invece procurato dal passivismo col quale suo padre ha controllato e acconsentito lo svolgersi di tali dinamiche.

Alla critica “familiare” si aggiungono, poi, gli strali velenosi ad una certa élite, imbrigliata da dettami culturali di cui, tuttavia, s’alimenta e s’inorgoglisce (e che puntualmente tradisce): Alessandro, in un contesto simile, è una molotov ed ogni sua opinione o freddura è pari ad una deflagrazione in tempo di pace (scandalizza i suoi commensali con spiritosaggini generalmente ritenute di dubbio gusto: “Sapete perché tutti i violinisti sono Ebrei? Prova a scappare con un pianoforte!). Tuttavia, anche lui  non è affatto estraneo alla promiscuità di costumi, che lasciano presagire un perseverante ricorso storico, piuttosto che tempi realmente maturi e sereni. “Mai dire mai” è quello che risponde a Nanà dopo esserle piombato in casa con le prurigini di un ragazzino, proprio come quello al quale la “zitella”dà ripetizioni e che s’innamorerà di lei.   Il versante delle critiche, che dà luogo ad una pura comicità, che si origina dalla giustapposizione di etiche e morali differenti, l’una continuamente tesa all’ammonizione dell’altra, trova una parete ripida ma feconda nell’ambito della spettacolarità mediocre: un filmaker svedese, coinquilino di Nanà, che studia Von Trier e gioca con la Playstation senza aver mai nemmeno girato un video col telefonino, oppure Bauer, (“che significa operaio”), uno scrittore attempato che ostenta una putrefatta retorica intellettual-popolare, mentre intrattiene torbide relazioni proprio con la Bea.

Firenze – I disastri di cui Nina di Majo ci parla percorrono la scia di quella commedia americana, soprattutto nella riuscitissima impresa di attualizzazione di contenuti, nella precisa ricerca dei “mostri” di oggi, ma anche nella scelta delle sfavillanti cornici fiorentine che ospitano i preparativi di un matrimonio che forse non s’ha da fare: Santa Maria del Fiore, il Campanile di Giotto, il Battistero di san Giovanni non presenziano mai come diretti protagonisti o semplici sfondi (nelle sequenze non vi sono eccesive citazioni panoramiche od oleografie tradizionali della città e del suo rinascimentale splendore, fortunatamente), bensì figurano come immagini guida di un modello di civiltà e bellezza ideale, testimoni di una società nostalgicamente invocata perché oggi incessantemente stuprata dal criterio della produttività e del consumo. Nei 30’s gli americani esigevano benessere materiale, economico, finanziario: gli interni decò, i lampadari che illuminavano i gala, i costumi dell’alta società, il suo splendore dovevano servire a questo. Ad infondere un clima di fiducia e speranza.   Il tempo scorre, le cose non cambiano. Ma il nostro non è solo un problema economico.   Insomma risate garantite e mai grasse, che irrompono nella raffinatezza dei set, della città e degli interni. La scrittura è arguta, intelligente. Va a scovare le radici dei luoghi comuni, idee e caratteri fissi del nostro tempo. Estirpa, mostra, deride. Ci riflette su e mai in maniera pesante (incredibile ma vero: la ragione sa ridere!), anzi pare scorrevolissima, piacevole e dotata di una linea narrativa che dosa sapientemente la spassosa carica di interpreti comici come Volo e Littizzetto. Senza dimenticare la valenza del binomio Nanà-Alessandro, muro maestro della struttura, che solo se considerato un tutt’uno, difficile da amalgamare e che pur trova soluzione (l’iniziale incomunicabilità fra i due e la prodigiosa miscela che ne scaturisce è del resto il motivo principale intorno al quale si sviluppano le trame cosiddette “secondarie”), rispetta le qualità singole dei due interpreti che insieme producono momenti esilaranti, fatti di battute, figuracce e conseguenti occhiatacce.   Da non perdere. Assolutamente.

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